Quella volta che in ospedale a Varsavia ho visto un colombiano

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Lo scorso mese ho avuto la febbre molto alta e in ospedale a Varsavia ho visto un colombiano. Vi racconto come è andata…

Era fine Giugno, faceva molto caldo e sui mezzi pubblici l’aria condizionata era altissima. In poco tempo mi sono raffreddata e presa una influenza pazzesca.

Ho cominciato con un tremendo mal di gola, accompagnato da una brutta tosse bronchiale.

Tra sciroppo, aspirina, spremuta di arancia fresca, zenzero e tisane calde non sapevo più che fare. Durante il giorno la febbre si fermava a 38.5 ma la notte saliva talmente tanto che il termometro non aveva spazio per misurarla.

Proprio in quella settimana mio marito era in trasferta a Londra per lavoro e non volendolo far preoccupare non lo avevo avvisato.

Durante la giornata riuscivo ad alzarmi dal letto e un pochino stavo meglio, anche se non avevo la forza di cucinare nulla. Non volevo far preoccupare le mie amiche e così andavo avanti trascorrendo le giornate tra il letto e il divano.

ospedale a Varsavia

Passavano i giorni ma mi sentivo molto debole e la febbre non passava. Finalmente arrivò il venerdì mattina e mi svegliai pensando che la sera sarebbe rientrato mio marito e gli avrei chiesto di portarmi da un dottore.

Nel pomeriggio di quel venerdì mi resi conto di aver finito tutte le scorte di ogni possibile medicinale e avvisai Angelo, ormai in aeroporto, di fermarsi in farmacia prima di tornare a casa. Una volta arrivato, toccandomi la fronte si scottò la mano e così abbiamo chiamato un ospedale a Varsavia, per chiedere un’ambulanza.

A quanto pare non è una cosa così semplice chiedere questo tipo di intervento e così, infreddolita e debole, siamo andati direttamente in ospedale con la nostra macchina.

Un tragitto di cui non ricordo nulla. Ero in preda alla stanchezza e cercavo le ultime energie per tenermi in piedi. Arrivati alla reception dell’ospedale abbiamo dovuto aspettare un pò che qualcuno arrivasse. Angelo cerca di spiegare la situazione tra un misto polacco-inglese. Nel frattempo due signore dolcissime, in sala d’attesa, cercano di farmi sedere e mi offrono una bottiglia d’acqua.

Si aprì la porta del pronto soccorso e mi portarono su una barella nel corridoio, dove mi fecero sdraiare. Nessuno si accorse però che mi avevano sistemato sotto la fuoriuscita dell’aria condizionata e, quindi, prendevo freddo. Non potevo chiedere di spostarmi perché tremavo, non avevo voce, non aprivo gli occhi e bruciavo di febbre, ben 41.

Mi ritrovai intorno 2 infermiere e un dottore che mi attaccavano due flebo e mi facevano un prelievo di sangue. Domandavano qualcosa ma non riuscivo a capire cosa fosse, tanto meno a rispondere. Angelo poi mi disse che chiedevano cose semplici, come il nome o la nazionalità per capire il mio livello di coscienza.

Poi son tutti spariti lasciandomi li sotto a quel freddo e speravo passasse qualcuno a coprirmi. Ad un certo punto ho sentito una voce e visto un volto sfocato. Mi disse il suo nome, Carlos, colombiano, missionario e voleva darmi l’ultimo saluto. Non ridete ma lì per lì non avevo capito se intendesse un’estrema unzione o che lui sarebbe tornato in Colombia.

Una volta finite le flebo, e ritrovatami con due coperte addosso, mi ero ripresa un pò. Vidi Angelo vicino al letto e un’infermiera che mi misurava la febbre, ormai scesa a 38.5. Chiesi dove fosse Carlos il missionario e nessuno sapeva di cosa parlassi.

Sono stata circa 7 ore in quel corridoio e nessuno ha mai visto Carlos. Chissà se somigliava un pò al mio dentista!

Ho quasi provato cosa vuol dire “quella luce in fondo al tunnel”…

tunnel

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Autore dell'articolo: Bella Varsavia

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